sabato 18 ottobre 2008

ELOGIO DELLA FOLLIA

Follia, altra parola non mi viene in mente guardando le carriere volutamente underground di 2 mostri sacri del rock come i Melvins e i Mudhoney. Due gruppi legati anima e corpo alle band di Seattle, citati a più riprese da Kobain e soci, influeanzatori di quel rock a noi tanto caro, sarebbe stato facile per loro seguire la scia e diventare i volti più noti in ambito rock ma loro invece no, hanno deciso di vivere ai margini di lasciar via contratti da capogiro festival interviste lanci pubblicitari e quant'altro, questi folli hanno preso una strada tutta loro, una strada difficile e che alla fine premia solo noi ascoltatori. Ai loro concerti trovi massimo 200 persone i loro dischi passano inosservati ma il loro valore è unico, ogni disco è una perla fatta con passione e mai per contratto e ogni loro live un ricordo indelebile e tutto solo per noi, mai niente per loro se non la soddisfazzione di una coerenza che solamente un folle perseguirebbe. Quindi questo articolo è dedicato a loro e alla loro follia di essere così fortememente maledettamente e volutamente underground!!! HAIL TO THE CHIEFS!!!!

giovedì 16 ottobre 2008

Radiohead, cavatappi della modernità


Prendo spunto, come già per il post su gli anni '80, da un articolo di Andrea Scanzi per aprire una discussione sui Radiohead: sono veramente il gruppo contemporaneo più importante? Personalmente, pur non avendo mai digerito fino in fondo la svolta elettronica di Kid A ed Amnesiac, che ho comunque rivalutato con il tempo, concordo con Scanzi nel assegnare alla band di Oxford la palma dei migliori interpreti della (malridotta?) scena  Rock. Non si può prescindere dai Radiohead, non si può ignorarli. Effettivamente ogni loro disco è un evento con cui misurarsi e scontrarsi.

Ecco l'articolo:

Non è un caso che ormai non si scrivano solo libri sui Radiohead, ma attorno ai Radiohead. Nessuno, negli ultimi vent'anni, ha creato un radicato e duraturo senso di appartenenza musicale come la band di Thom Yorke. Nemmeno gli U2, ormai stanchi delle loro molte rivoluzioni e adagiatisi, dopo Achtung Baby, in una stucchevole reiterazione di se stessi. Se i Pink Floyd si sono limitati a perlustrare la faccia oscura della Luna in un disco, i Radiohead nell'oscurità ci vivono. La cercano, la inseguono, la ricreano. Ne traggono ispirazione, perennemente in bilico tra estasi del nichilismo e compiacimento di chi ha previsto l'Apocalisse.

I loro primi passi erano fortemente derivativi, vicini all'epica irlandese degli U2 più ispirati, e fu così - «i nuovi U2» - che vennero chiamati dopo The Bends (1995), sorta di lunga e struggente fiaba che non manca mai nelle classifiche dei «migliori dischi del XX secolo». La storia della musica, come del resto quella dell'arte, è spesso fatta di cordoni ombelicali recisi, di capacità o meno di uccidere i propri padri, e se solo adesso Chris Martin dei Coldplay sembra averne abbastanza di somigliare a Bono, i Radiohead non si sono ancora stancati di mutare, scardinare: rivoluzionare. A The Bends fecero seguire l'epocale Ok Computer, dove i migliori Pink Floyd convivevano miracolosamente con i Beatles meno spensierati. Una delle molte pentecosti armoniche dela band, un po' come se i loro volti per nulla divistici, ora increspati e ora impiegatizi, celassero una superband capace di far convivere Syd Barrett e John Lennon, Johnny Cash e Bob Dylan, David Byrne e Miles Davis.

Ai peana universali, 11 anni fa, i Radiohead hanno reagito nella maniera più difficile e necessaria: spostandosi ancora, navigando controvento. Nei dischi successivi, dalla doppietta Kid A/Amnesiac a In Rainbows, hanno tratto ispirazione da tutto ciò che era possibile e soprattutto impossibile: le onde accademiche martenot, il sistema binario, l'elettronica esoterica, la musica popolare, persino le malattie dei conigli (la mixomatosi). Hanno scritto di mostri che succhiano il sangue giovane, messo in musica Douglas Adams, fatto cantare il fisico Stephen Hawking. Si sono spinti in terre inesplorate, edificando il loro habitat in un fascinoso nowhere. Il rischio era la musica per pochi intimi, del culto snobistico della nicchia. Sono riusciti a tracciare la strada più desiderata e per questo impervia: la perfetta via di mezzo tra l'alternativismo di professione e la legittima volontà di piacere. Per questo hanno generato una sorta di discreta ma evidente «febbre Beatles»: perché non hanno mai tradito prima se stessi, poi chi li ascoltava.

Nati 22 anni fa alla Abingdon School di Oxford, avevano la stessa formazione di adesso e si chiamavano On a Friday. Cambiarono nome per volere della Emi e perché misuratamente colpiti da una canzone dei Talking Heads. Il loro primo successo, un singolo del 1992, non era che l'autoscatto di Thom Yorke, occhio alla zuava e voce ipnotica. Il brano si chiamava Creep ed era la prima volta in cui Yorke, Leopardi del rock, palesava i suoi incubi («Sono un perdente, un mostro»). Da allora è stata una cascata di note, visioni, paure. Yorke è una sorta di alieno depresso, un artista postumo di se stesso, la cui voce ancestrale e a tratti insostenibile si sposa sontuosamente con sonorità avveniristiche figlie anzitutto di Jonny Greenwood (il chitarrista). A differenza di Jim Morrison o Kurt Cobain, Yorke sembra volersi punire con una esistenza complicata e oltremodo faticosa, a fronte di una evaporazione di sé che a prima vista sembrerebbe più facilmente percorribile. Non per nulla uno dei suoi canti più dolenti si intitola How to disappear completely.

I Radiohead sono una sintesi di talento e sperimentazione, istinto, longevità e scaltrezza (anche di marketing, basta pensare al download libero con cui è stato lanciato In rainbows). Non i nuovi Pink Floyd, non i nuovi U2: i nuovi Radiohead. Un loro disco non è un ascolto ma un evento. Qualcosa con cui suggellare il tempo, misurarsi, scontrarsi. Se la musica, come ha scritto Cechov, deve essere cavatappi dell'anima, nessuna band negli ultimi anni è in grado di aprire così tante bottiglie.

di Andrea Scanzi

mercoledì 15 ottobre 2008

BRUCIARE DOPO AVER LETTO


E ridere mentre e dopo avere guardato!...Burn after reading non è sicuramente all'altezza di Non è un paese per vecchi ma si sa non tutte le opere possono essere dei capolavori e, soprattutto è molto più difficile che lo diventino delle commedie (genere che non è sicuramente tra i miei preferiti!), a parte quella che guida i nostri scazzi ......

I fratelli Coen sono infatti dichiaratamente impeccabili anche in questo genere e regalano un'ora e mezzo di sane risate intelligenti (anche a me e non è cosa da poco!) Sempre la solita storia, o meglio la solita commedia degli equivoci nel genere “a prova di spia” ma interpretata dalla cinepresa dei due fratelli e condita con i loro ingredienti inconfondibili: vari e, a volte strampalati, tipi umani alle prese con il caso e il kaos della vita in un ritmo che non prevede pause.. E la loro cinica ironia delle circostanze , non risparmia nemmeno l'intelligence americana, vista in un tono di critica... forse alle ancora fobie post 11 settembre nell'attuale clima" torna di moda anche la guerra fredda"?..non a caso e , in antitesi, quella russa resta abbastanza immune (e i personaggi siberiani non scatenano nessuna risata).

Quasi mi dimenticavo: perfetto nelle varie parti il cast in cui eccelle l'interpretazione di Brad Pitt, Johm Malkovich e Frances McDormand! Chi dopo averlo visto potrà dire il contrario?


lunedì 13 ottobre 2008

Fate la vostra scelta



Ok, è vero, fino ad oggi la musica che accompagna il blog l'ho scelta io. Penso però che non sia giusto, e vi chiedo quindi di selezionare 2 canzoni da inserire nella prossima playlist che pubblicherò la prossima settimana. Postate tra i commenti le vostre scelte.

La provocazione della chiusura del Blog sembra aver avuto il suo effetto! Mai come in questo ultimo periodo abbiamo letto così tanti post. Ora dobbiamo crescere. Cerchiamo di coinvoglere più gente nella lettura, ma soprattutto nella scrittura dei post. Il blog è aperto a tutti, e tutti vi possono partecipare.

sabato 11 ottobre 2008

CARRARMATO ROCK



Finalmente un gruppo italiano con poche pretese e tanto coraggio.
Quelli che una volta erano i 'One dimensional man' hanno ampliato i membri della band e il bassista ha smesso di pizzicare le quattro corde mettendosi a cantare, trasudando rabbia e disagio senza scadere nel banale o nel volgare.
Non hanno più vent'anni e dall'aspetto non bevono acqua o aranciatina ma suonano bene e si divertono a farlo.
Il Teatro Degli Orrori fanno un punk rock per me abbastanza impegnativo, ma alcune canzoni meritano il repeat, come ad esempio 'La canzone di Tom', quella che me li ha fatti conoscere, un testo degno dei migliori cantautori.
Non è un album per vendere o far soldi, ma è sincero e nel cantiere musicale italiano di oggi non può che far bene.
''Dell'impero delle tenebre'' uscito nell'aprile 2007 (scusatemi per il ritardo) può avere il potere di non farci dimenticare perchè ascoltiamo rock..

Un carrarmato di rock per te, che ti faccia morire di musica e non di paura..